giovedì, 3 Aprile 2025

La bellezza del dire come giustificazione alla sciatteria italiana

 

di Marco Melillo

 

C’è chi celebra la bellezza delle parole e chi – dopo averne visitato il sepolcro – una vecchia immagine di sé legata al sogno. Il sogno di essere, sentirsi o diventare che so, scrittore o filosofo, poeta, artista. Oppure il sogno di diventare interprete per tutti gli altri – malgrado la non richiesta esuberanza – del proprio tempo in quella determinata sede – Stato, continente, osteria o ufficio o piazza – in cui qualcuno stia a leggere ed ascoltare.

Non c’è da stupirsi di ciò e tanto meno può scandalizzarci visto che la libertà di parola – e dunque la sua espressione complementare, e cioè il diritto al silenzio – sono prima ancora che una diretta conseguenza dello status di cittadini, un riconoscimento che la natura umana fa a se stessa ben prima che qualcun altro, al di là dell’individuo che la eserciti, se ne accorga.

Siamo dunque soli con la nostra libertà prima di qualsivoglia tipo di espressione.

Occorre però qui tralasciare che il corpo sappia esprimere sempre qualcosa di riconoscibile anche quando non vogliamo parlare. Mi riferisco più esattamente in questo articolo alla nostra comunicazione sui social network, grazie ai quali tutto oggi nella composizione e qualità dei cittadini e delle persone che seguiamo o cui siamo collegati, è più chiaro. Più chiaro è ad esempio capire perché certi disvalori si susseguono con precisione impressionante, più chiaro leggere la sciatteria delle persone che ci circondano – tuttologi che riescono a scrivere anche quando masticano – e più chiaro perfino ricostruire attraverso la generale superficialità e l’abuso delle parole le trame della nostra comunità politica, spaccata e prima ancora svuotata di senso alla base, grazie alla complicità del nostro perenne presenzialismo e protagonismo.

Se il “bello” e il “brutto” sono legati però alla nostra esperienza ed alla nostra estetica individuale (intesa come filosofia e cioè come modalità di accesso al bello attraverso i sensi), la bellezza del dire e quindi la bellezza delle parole è di chi voglia apprenderla, come pure è vero che chi voglia comprendere un testo – parafrasando Hans George Gadamer – deve essere pronto a farsi dire qualcosa da esso.

Ma cosa può voler dire questo oggi? Che senso ha parlare di “bellezza del dire” o bellezza delle parole se si è “scoperto” che ne abbiamo bisogno solo in modo marginale, anche quando siamo seduti in compagnia al tavolino di un bar, guardando più spesso il nostro smartfone che non i presenti?

La parola detta infatti non ha sostituito la parola scritta ed al più, proprio quella scritta ha assunto un ruolo talmente ingombrante da rendere la nostra vita sociale goffa ed apatica.

Dovremmo capire che questo non è “colpa” dei Social Network – che sono nati per lo scopo principale dell’intrattenimento – ma che l’apatia che dimostriamo nei rapporti sociali e quindi anche verso le parole degli altri deriva da uno svuotamento di autenticità dell’individuo che finisce per tradurre in semplicismo qualsiasi questione posta con parole precise, di cui la lingua italiana fornisce – ahinoi – un lessico variegato ed impeccabile, profondo e storicamente valido rispetto alle arti e alla cultura, alla politica e al vivere sociale.

L’utilità del semplicismo spacciato per semplicità di accesso

Si finisce così – e in Italia ne siamo tutti testimoni – per far fronte alla pochezza dei propri contenuti con un atto dissacrante: quello di provare a coinvolgere la propria rete di accoliti fedeli in ragionamenti tanto semplicistici quanto superficiali, tanto chiari quanto scontati.

Dov’è finita la bellezza di una sfida intellettuale lanciata a chiunque possa leggerci? Dove la voglia caparbia di rischiare l’errore per migliorarci, mostrando così le nostre autentiche debolezze?

Il “poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente“, dice Pessoa. Ma finge meglio chi finge di scandalizzarsi per la bellezza delle parole che non riesce a capire, o chi con un mi piace indica di aver capito cosa stiamo davvero dicendo? Lo so, questo ragionamento a sua volta dovrebbe introdurre un nuovo capitolo dedicato alla complessità delle parole, perché la bellezza non è situata nell’incomprensibilità o nella desuetudine di certi termini, ma nel loro essere variegati e polisemici.

Non fu lo stesso Max Weber – che aveva previsto la disumanizzazione del capitalismo anche nella sua utopia tecnologica incentrata sull’individuo – a dire “essere superati sul piano scientifico è non solo il nostro destino, di noi tutti, ma anche il nostro scopo”?

Cosa può voler dire allora oggi “celebrare la bellezza delle parole”?

Al di là di qualsiasi ipotesi reazionaria, dato che le parole semplici sono umane ma il semplicismo è disumanizzante, probabilmente la cura delle parole nei nostri discorsi può essere ancora e più che mai sintomo di un’attenzione e una cura che intorno a noi svanisce troppo spesso, e che lascia in balìa dell’anonimo rito collettivo della comunicazione istantanea la bellezza del dire. Eppure questa può restare fuori da un esercizio di vanità, esercitando e solleticando negli altri il dubbio che qualcosa, dentro e oltre le nostre individualità, vada ancora indagato.

È chi prova a scrivere abusando della bellezza del dire, dunque, a giustificare l’etichettamento degli intellettuali come dèmoni molesti agitati da una fasulla lotta di classe, mossa in nome della bellezza stessa e di un qualche progresso: è la bellezza del dire la vera giustificazione alla sciatteria italiana. Sua è la modesta ma universalistica presa di coscienza che pochi, in fondo, studiando possano capire.

 

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L’intervista. “Temporary life”, il realismo liquido di Vincenzo Villarosa

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